Governo Monti e settore immobiliare: un’occasione perduta?

mercoledì 12 settembre 2012
Il bilancio della attività svolte nel settore (da Linkiesta.it)

Trecentocinque giorni: 12 novembre 2011 – 12 settembre 2012, l’intervallo tra le dimissioni di Berlusconi e l’arrivo al governo di Mario Monti. Tante pressioni, tante aspettative, tanto da fare. Ormai ci avviciniamo all’anno di mandato, e sempre più anche alle prossime elezioni: facciamo un primo bilancio per l’attività svolta in campo immobiliare.

Imposta Municipale Unica. È stato il primo importante intervento del Governo Monti in campo immobiliare, e il primo segnale dell’obiettivo del Professore: trovare risorse per sistemare i conti pubblici. L’imposta, voluta dal Governo Berlusconi con il D.Lgs. n. 23 del 14 marzo 2011 (artt. 7, 8 e 9) ne stabiliva l’introduzione a partire dal 2014 limitatamente agli immobili diversi dall’abitazione principale. Il Governo Monti con il Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011, e con le successive modifiche ha, di fatto, reintrodotto la vecchie ICI sulle abitazioni principali, anticipandone l’introduzione, come sappiamo, già per il 2012.

Tante parole e tanti numeri sono stati spesi, chi pro, chi contro, e se a luglio di quest’anno i membri del Governo si dichiaravano sostanzialmente soddisfatti, grazie alla raccolta di 9,551 miliardi dalla prima rata, l’obiettivo di gettito previsto (20,085 miliardi) si presta alla vera resa dei conti: secondo Il Sole 24 Ore otto Comuni su dieci hanno alzato – o stanno pensando di alzare – il livello base dell’IMU per le imprese: il dato medio arriva allo 0,95%, rispetto allo 0,76% di partenza fissato dal decreto “salva Italia”. Se è vero che l’aliquota media per la prima casa è fissata (di media) allo 0,44%, quindi al di sopra del livello base del “salva Italia”, ma con incrementi moderati, per i proprietari che hanno immobili sfitti la media del prelievo raggiunge lo 0,99%, ed in molti capoluoghi il prelievo è direttamente il massimo, l’1,06 per cento.

Imposta sul Valore degli Immobili situati all’estero. È l’imposta che chiunque sia residente in Italia e sia titolare di “diritti reali” su immobili all’estero a qualsiasi uso siano destinati (tranne la nuda proprietà), deve versare nelle casse dello Stato nella misura dello 0,76% del valore dell’immobile determinato sulla base di tutta una serie di criteri, fatta salva l’esenzione dal versamento se il valore complessivo dell’immobile non supera 26.381 euro. Per definire la base imponibile occorre distinguere gli immobili situati nell’Unione Europea o in Paesi aderenti allo Spazio economico europeo (SEE) e immobili extra-UE. Nel primo caso, se possibile, ai fini del calcolo della base imponibile bisogna considerare il valore catastale dell’immobile (come per l’IMU), ma determinato e rivalutato dal Paese in cui l’immobile è situato ai fini dell’assolvimento di imposte di natura reddituale o patrimoniale. In mancanza di questo valore, qualora la legislazione estera preveda un valore espressivo del reddito medio ordinario e non vi siano meccanismi di moltiplicazione e rivalutazione analoghi a quelli previsti dalla legislazione italiana, può essere assunto come base imponibile dell’IVIE il valore dell’immobile che risulta dalla moltiplicazione tra tale reddito medio ordinario e coefficienti stabiliti ai fini IMU (indicati nella Circolare n. 28/E dell’Agenzia delle Entrate del 02 luglio 2012).

Riforma del catasto. Parallelamente all’entrata in vigore dell’IMU e dell’IVIE, e dei suoi effetti sul bilancio delle famiglie, e dello Stato, uno degli argomenti caldi, ad inizio anno, era anche la riforma del catasto. A che punto siamo su questo fronte? È dal 7 giugno 2012 che giace presso la Commissione Finanze alla Camere lo “Schema di disegno di legge delega recante disposizioni per la revisione del sistema fiscale” con all’art. 2 la specifica appunto della riforma del catasto. In questi giorni, dovrebbero riprendere le audizioni, in primis del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, ma le tempistiche si dilatano considerevolmente, se è vero, che, riprendo l’art. 1 dello schema pocanzi citato:

Il Governo è delegato ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, recanti la revisione del sistema fiscale, secondo i principi e i criteri direttivi indicati nella presente legge.

Dire che siamo in alto mare, è dir poco.

Dismissioni del patrimonio pubblico. Altro tema caldo e importante, è la vendita del patrimonio immobiliare dello Stato per abbattere il debito pubblico, di cui si è parlato diffusamente nei mesi scorsi. Si è parlato di Società di Gestione del Risparmio (SGR), di fondi di investimento immobiliari, di forme di vendita e di valorizzazione. Tutto sembra ancora però sulla carta, dato che non è stato convertito in legge il DL 87/2012 contenente misure per l’efficientamento, la valorizzazione e la dismissione del patrimonio pubblico. Lo scorso 30 agosto è difatti scaduto il termine di 60 giorni, previsto per la conversione.

Il programma delle dismissioni non sembra però sfumato. Nell’agenda del Governo, messa a punto durante il Consiglio dei Ministri dello scorso 24 agosto, è stato infatti previsto l’avvio del programma di dismissioni: cessioni, come ha dichiarato a suo tempo il Ministro dell’Economia Grilli, pari a 15-20 miliardi all’anno, più o meno l’1 per cento del PIL. Anche se l’ultima novità riguarderebbe la forma societaria dell’entità da costituire: potrebbe trattarsi non più di una SGR, ma di una S.p.A., simile a quelle che sono possedute o partecipate dal Tesoro (alcune delle quali lo stesso Governo sta trasferendo alla Cassa Depositi e Prestiti), con l’idea di aprire il capitale non solo ai grandi investitori ma anche i piccoli risparmiatori, i cittadini italiani. In pratica l’obiettivo sarebbe di ripetere la stagione delle grandi privatizzazioni degli anni novanta, del secolo scorso, che riguardava però non immobili ma le allora partecipazioni statali.

Energie rinnovabili. Il Governo Monti si è anche trovato, con i ministri Clini e Passera, a fronteggiare il dossier dedicato alle fonti di energia rinnovabili, in particolar modo il fotovoltaico e il passaggio dal Quarto al Quinto Conto Energia. La storia è lunga e tortuosa, e avevo cercato di spiegarla in un articolo nei mesi passati; oggi possiamo dire che il Quinto Conto Energia, scattato lo scorso 27 agosto, con le nuove tariffe e gli incentivi, sia già quasi agli “sgoccioli”, se si considera che in questo momento il contatore del GSE che misura in tempo reale il valore raggiunto degli incentivi segna già oltre 6,3 miliardi e gli incentivi termineranno al raggiungimento del valore cumulato complessivo, che è di 6,7 miliardi. Ecco spiegato perché siano già comparsi i primi articoli sul “Sesto Conto Energia” e sugli incentivi che riguarderanno solo i piccoli impianti.

In conclusione, queste le principali aree di intervento del Governo Monti, che è stato chiamato, e si è impegnato, in una situazione indubbiamente difficile. È stato fatto tanto? Poco? Come in altri ambiti di intervento, il Governo Monti, pare si sia perso per strada: se l’obiettivo di “far quadrare i conti”, è stato raggiunto, e in quell’ottica l’intervento è stato certamente sicuro e volto al conseguimento dell’obiettivo a tutti i costi, in altri settori l’attività è stato meno incisiva, vuoi per “ostacoli” politici, vuoi per l’impossibilità di strutturare una proposta apprezzabile dal mercato (come nel caso delle dismissioni). Possiamo parlare, quindi, di occasione perduta?

Provvedimenti per defiscalizzare l’investimento immobiliare o perlomeno eliminare i troppi balzelli che gravano sulle transazioni immobiliari, o ancora la liberalizzazione degli affitti, come avvenuto pochi mesi fa in Spagna (come lo sfratto “express” per chi non paga da dieci giorni o la possibilità per l’inquilino di lasciare la casa con un preavviso di un mese; con i contratti d’affitto che avranno come tempo limite la durata di 3 anni e non più 5, o ancora con la possibilità per l’inquilino di poter rescindere la locazione con un mese di anticipo.), o il piano casa inglese (che oltre a prevedere minori vincoli burocratici per favorire l’allargamento di case e negozi, prevede l’estensione del progetto Firstbuy, cioè quel fondo che assiste i giovani nella creazione dell’acconto con il quale possono chiedere un mutuo; o ancora, e infine, con il progetto di costruire 15 città ecologiche entro il 2020, per i ceti meno abbienti, con le nuove case a basso impatto ambientale, costruite con materiali riciclati, con tecnologie di risparmio energetico e uso di fonti rinnovabili, e vari altri criteri di bioedilizia).

Confucio disse: “Il saggio preferisce essere lento a parlare, ma pronto ad agire”. Mi sembra che noi, ad oggi, in Italia, abbiamo un eccesso di parole, ma poca azione concreta, sulla struttura del Paese.

(Articolo a cura di Andrea Guarise, Linkiesta.it)

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