Sicurezza, anche nei quartieri di edilizia pubblica, purché non se ne faccia un ghetto

martedì 22 novembre 2011
Quando nei quartieri di edilizia residenziale pubblica viene alla ribalta il problema della sicurezza, occorre interrogarsi sulle politiche del territorio in base alle quali quei quartieri dormitorio sono stati pensati e costruiti. Per fortuna il rimedio c'è, e consiste nel coinvolgere nella gestione della cosa pubblica gli stessi abitanti, purché non siano separati in un ghetto
Sicurezza, anche nei quartieri di edilizia pubblica, purché non se ne faccia un ghetto-http://www.sxc.hu/profile/DrEngel

Al seminario sulla sicurezza, “Legalità e convivenza civile nei quartieri di edilizia sociale“, organizzato a Roma da Federcasa il 18 novembre 2011, è intervenuto, fra gli altri, Claudio Fantoni, presidente della Consulta Casa dell’Anci e Assessore alla Casa del Comune di Firenze.

Il delegato Anci ha sostenuto che «sicurezza, qualità della vita e convivenza civile nei quartieri di edilizia sociale dipendono da una sorta di rivoluzione che fortunatamente è in corso in alcuni territori, dove si cerca già adesso di associare l’idea di città sostenibile con politiche per le fasce più deboli».

La rivoluzione di cui ha parlato Fantoni è quella politica del territorio grazie alla quale la costruzione di quartieri di edilizia residenziale pubblica non è stata fatta coincidere con la ghettizzazione delle persone meno abbienti in periferie degradate e in quartieri malsani.

Al contrario – ha sottolineato il responsabile della Consulta Casa dell’Anci – «Diversi Comuni nel realizzare i quartieri di edilizia residenziale pubblica fanno ricorso a politiche di rigenerazione e riqualificazione urbana e sociale, con alloggi sociali inseriti in un adeguato contesto, oltre che dotati di livelli di efficienza energetica persino superiori alla quasi totalità dell’edilizia residenziale privata esistente».

Una migliore qualità della vita nei quartieri cosiddetti a rischio la si ottiene però soprattutto attraverso il coinvolgimento nelle gestione della cosa pubblica di chi quei quartieri abita.

Si chiama “autogestione“.

«Le esperienze normate da leggi regionali – ha concluso Fantoni – hanno dimostrato che il coinvolgimento diretto degli inquilini nella forma dell’autogestione ha dato risultati apprezzabili. Laddove le persone sono responsabilizzate vivono gli spazi comuni in modo diverso diventando così il primo fronte per coniugare sicurezza e qualità della vita».

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