UN’ARCHITETTURA REALIZZATA IN PUNTA DI PIEDI

martedì 20 giugno 2006
Lo studio l'hanno battezzato 'formulaAperta" perchè non ci fossero dubbi sulla concezione dell'architettura che intendono praticare. Che deve essere 'partecipata".

Paola Malgaretto e Alberto Miggiani (+ mascotte)

Loro sono due giovani architetti che nutrono una grande ambizione: modificare, se possibile (in meglio), il territorio che la ‘sorte�? ha voluto affidare loro perchè idealmente ne curino la capacità  di sopperire alle esigenze abitative dell’uomo.

Avete presente il medico condotto d’una volta? Bene, loro auspicano una ideale (ma reale) condotta di architettura, in cui il professionista non ordina e progetta ma si rapporta con i cittadini per ascoltarne le necessità  e armonizzarle in un contesto abitativo a misura d’uomo.

Loro sono Paola Malgaretto e Alberto Miggiani e mi accolgono in una bella giornata di metà  giugno nel giardino adiacente allo studio, dov’é nata la conversazione che riporto di seguito.

All’evento é presente la mascotte dello studio, un felino trovatello con qualche settimana di vita che partecipa attivamente con le unghie e con i denti alle nostre storie di umani un po’ fuori dal mondo e dal tempo.

Per inciso, siamo al centro di Marghera (non ci si può credere) in una bella e particolarissima costruzione ideata e progettata quarant’anni fa dall’architetto del luogo, Zordan (docente universitario allo IUAV Venezia, progettista e
grande estimatore di Carlo Scarpa, ha progettato la Piazza
di Mestre e della scala della Torre), un’isola felice soprattutto perchè pensata per chi l’avrebbe abitata.

Beh, intanto com’é nato il vostro sodalizio?

Alberto Miggiani: Dall’interesse comune verso i temi dell’ambiente, e dalla conoscenza sviluppata all’interno del volontariato nel campo della Bioarchitettura, di cui avremo sicuramente modo di parlare nel corso di questa conversazione.

Quali sono le principali problematiche con le quali deve confrontarsi oggi l’architetto?

Paola Malgaretto: Dal mio punto di vista occorre operare una distinzione fra l’aspetto pratico della professione e quello etico.
Quanto al primo, prevale il lavoro burocratico, che consiste in una noiosa compilazione di un gran numero di carte.
L’aspetto creativo, tanto esaltato ai tempi dell’Università , é relegato in un angolo, a tutto detrimento del progetto teso a confezionare un prodotto ricco d’inventiva. Nascono così progetti poveri di contenuto, mentre l’architetto in fase progettuale dovrebbe prendere in considerazione una serie di problemi legati ai particolari costruttivi.

C’é poi sullo sfondo un problema etico; ed é quello in base al quale l’architetto é chiamato a costruire nuove abitazioni, nonostante la presenza di un vastissimo patrimonio edilizio che andrebbe semmai recuperato, riducendo l’impatto ambientale e i costi.

Alberto: Anche perchè in realtà  noi siamo usciti da un’Università  che era obiettivamente posizionata a sinistra, e che ha orientato inevitabilmente la cultura in una certa direzione.

Faccio fatica a seguirla: questa circostanza quali difficoltà  avrebbe creato all’architetto dei nostri giorni?

E’ semplice; l’obiettivo era in quel periodo storico: una casa per tutti. Benissimo. Sfortunatamente, come del resto é avvenuto nei Paesi dell’Est, si é affermata la cultura della massa, per cui tutti devono avere una casa e tutti la devono avere uguale per non creare privilegi. Questo atteggiamento ha finito per spersonalizzare l’abitazione. E’ il modello dei famosi casermoni anonimi sui quali é stato chiamato a intervenire tante volte Lucien Kroll (vedi qui altro articolo su casanordest). Ne abbiamo anche a Mestre ahimé, dove si é costruito con questa logica anche da parte di architetti di grande prestigio. L’abitazione doveva avere una cucina, un bagno, un luogo di soggiorno, una camera. Per soddisfare quali esigenze? Una casa per tutti nel minore spazio possibile. E l’uomo? Un optional.

L’obiettivo quindi non era tanto rispondere a una reale necessità  dell’uomo, ma piuttosto risparmiare sullo spazio e sulla stessa qualità  del manufatto, con le prevedibili conseguenze di degrado.

Paola: Può sembrare banale, ma la prima domanda che un architetto dovrebbe porsi prima di ogni intervento é: per chi costruisco? E’ questo il punto di riferimento, poi viene il resto, compresa la normativa.

Come e perchè si diventa architetti?

Alberto: Sono stato sempre molto attento all’aspetto storico-sociale del territorio.
Ho quindi scelto la facoltà  di architettura perchè mi sembrava una soluzione adeguata per poter intraprendere un’azione politico-sociale di modifica del territorio, partendo da un approccio concreto; cosa che un’altra facoltà , come sociologia, per esempio, che pure mi attraeva molto, non mi avrebbe permesso allo stesso modo.

Paola: La mia scelta ha privilegiato l’aspetto storico del restauro architettonico. Sono sempre stata affascinata dalle tecniche utilizzate una volta, e dai materiali impiegati. Mentre ho nutrito scarsissimo interesse verso la progettazione della città  moderna in quanto tale.
Devo dire però che l’impostazione accademica della nostra università  mi ha lasciato abbastanza perplessa, e alla fine ho scelto per la tesi di laurea un argomento di fisica tecnica; per capire quindi quali sono i presupposti per una buona costruzione, al di là  del fatto che sia da riqualificare o che si tratti di un edificio da costruire ex novo. Aspetti che per me andavano ben oltre le esigenze di funzionalità , composizione, estetica così come le proponevano i docenti. In ogni caso é nata da questi ragionamenti la passione per la bioclimatica, con la scoperta di nuovi stimoli e regole da applicare alle specifiche caratteristiche del territorio con cui ci si deve confrontare. Nelle città  moderne invece ci troviamo spesso di fronte a edifici che sono decontestualizzati; per cui la stessa abitazione potrebbe essere costruita indifferentemente a Mestre o a Milano o fuori dall’Italia senza alcuna integrazione con il territorio (escursione termica, orientamento rispetto al sole, inerzia termica, materiali), se non forse esclusivamente per gli aspetti impiantistici. Elementi che però sono fondamentali per un approccio completo e corretto con l’elemento architettonico e con l’edificio.

Lei mi scuserà , architetto, ma queste considerazioni hanno a che fare con la realtà  di tutti i giorni o sono disquisizioni puramente teoriche?

Paola: Tutt’altro che teoriche. Ecco un buon esempio per farle comprendere tutte le implicazioni: durante la preparazione della tesi di laurea ho scoperto con grande sorpresa (ed entusiasmo) che l’urbanizzazione di Venezia e le sue corti vetrate seguono criteri precisi basati sulla conoscenza che già  all’epoca si aveva dell’orientamento rispetto al sole. La corte vetrata, infatti, come se ne trovano ancora oggi tantissime a Venezia, che non faceva parte dell’abitazione vera e propria, era posizionata in modo tale da portare luce e calore all’interno della casa. La corte vetrata quindi come elemento di preriscaldamento dell’aria, una sorta di risparmio energetico ante litteram.

STUDIO DELLE OMBRE PORTATE DAL SOLE
Il contributo del sole interessa il progetto alle diverse
scale per orientare le scelte dell’insediamento.
Lo studio delle ombre portate influenza le scelte
distributive e la geometria dell’insieme. Per ottimizzare il
guadagno solare si deve prevedere la traslazione del
sedime dell’asilo (tratteggio nero) verso Nord.
La migliore posizione dell’asilo é quella indicata con
tratteggio rosso (figura in basso): nel periodo invernale é
massimo l’apporto della radiazione solare consentendo il
risparmio energetico sia come fonte luminosa che
termica.
Nel periodo estivo le schermature naturali (alberi) e il
corretto posizionamento delle aperture favoriscono il
raffrescamento naturale.
La traslazione permette di ottenere un giardino più
ampio nonché più fruibile e sicuro in tutte le stagioni.

Progetto per un asilo a cura dello studio “formulAperta”.

In sostanza chi é l’architetto e qual é la sua funzione?

Alberto: Mi piace ricordare un recente convegno organizzato a Mestre dalla provincia
di Venezia a cui ha partecipato l’Istituto nazionale di bioarchitettura, di cui faccio parte, sull’autocostruzione. In quell’occasione si é parlato della figura dell’architetto-condotto che, come il vecchio medico condotto d’una volta, si prenda cura di una determinata porzione di territorio e cerchi di armonizzare le esigenze di tutti in campo urbanistico e abitativo. Colui che mette in sostanza a disposizione degli abitanti la propria capacità  tecnica. Una visione che ribalta l’opinione corrente; secondo cui l’architetto é il conduttore unico del sommo potere tecnico e architettonico, indipendentemente da qualsiasi confronto con gli abitanti. Perchè la piazza la fa chi abita il territorio, e lo stesso vale per la casa.
Fare architettura non é altro che compiere un percorso insieme con il proprio committente e ciò vuol dire che il metro economico, che pure ha la sua importanza, non può essere l’unico da tenere in considerazione.

Paola: Noi puntiamo a un’architettura partecipata, cioé condivisa da più persone, e di qualità . Per questo motivo, oltre che con il committente privato, lavoriamo con le pubbliche amministrazioni (come nel caso delle Linee Guida messe a punto per il Comune di Vigonovo, perchè siamo convinti che il vero cambiamento non può venire se non da chi governa il territorio.

Non possiamo concludere questo incontro senza accennare al futuro. Voi come lo vedete, dal vostro punto di vista?

Paola: Per non trovarci presto in un mondo di rifiuti, depauperato di ogni bellezza naturale, ambientale e paesaggistica, occorre superare la situazione d’emergenza in cui ci troviamo attualmente. Purtroppo, in Italia, lo Stato é il primo a non rispettare certi principi elementari di corretta gestione del territorio. I Comuni però vanno sempre di più acquisendo competenze in questo settore, e possono intervenire fattivamente. Contiamo soprattutto su di essi.

Alberto: Il progetto eterno non esiste. Se nel nostro territorio avessimo realizzato a suo tempo i capannoni industriali utilizzando strutture prefabbricate, adesso li potremmo smontare e riutilizzare altrove o riciclarli. Invece no, li abbiamo pretesi in calcestruzzo, così abbiamo di fatto snaturato l’ambiente per almeno altri duecento anni.

Progettare a misura d’uomo (e di donna, naturalmente)!

Peppino Zappulla

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